Agnone. Il cuore naturale dell’Alto Molise…
La città storica contiene numerosi motivi di richiamo per il visitatore attento che vanno dalle chiese ai palazzi nobiliari (casa Nuonno sec. XIV, casa Paoloantonio sec. XVII, casa Apollonio sec. XV, casa Bonanni sec. XV. casa Santangelo sec. XVI), alla struttura urbanistica, alla tipologia edilizia, alla fitta presenza di elementi lapidei quali portali, cornici, medaglioni, ma anche episodi eccezionali come i leoni rampanti reggi scudo in aggetto, le formelle inserite nella muratura, i balconcini angolari, gli ingressi alle botteghe cosiddetti alla veneziana, ed alcuni luoghi come la ripa dalla quale si vede un ampio panorama, la piazza del Plebiscito, già piazza del Tomolo, nella quale confluiscono numerosi assi vìari. Vi sono resti archeologici in località Civitelle e in contrada S. Lorenzo (un cenobio benedettino).
Agnone è il cuore naturale dell’Alto Molise sia per la sua posizione baricentrica rispetto al territorio della Comunità Montana sia per il ruolo che ha svolto e che continua ad assolvere di sede dei principali servizi e di centro commerciale.
E’ stato in passato uno dei paesi più popolosi del Molise, oggi conta poco più di 6000 abitanti.
Del fiorente artigianato della lavorazione della lana, dell’oro e dell’argento, del rame, della fabbricazione di orologi, della fusione delle campane sono sopravvissuti gli intarsiatori, l’artigianato del ferro battuto, del rame e della fusione del bronzo (la Pontificia Fonderia Marinelli).
Agnone, oggi, è famosa, per la lavorazione dei metalli (ferro e rame): la produzione di ferro battuto non si rivolge più ai contadini, tradizionali committenti di attrezzi agricoli come l’aratro, le falci, la zappa, ecc. ma si indirizza verso settori in espansione come quello degli oggetti ornamentali.
Agnone è conosciuta soprattutto per l’attività della Pontificia Fonderia Marinelli che prosegue una gloriosa e millenaria tradizione di fonditori di campane in passato assai più numerosi. Alla fusione della lega di bronzo, stagno e rame, sapienti ingredienti nella fabbricazione delle campane, si è aggiunto un altro campo di attività: quello della fusione in bronzo di porte, apparati decorativi, ecc.
È sicuramente interessante anche la visita alle botteghe artigiane; iniziare dall’osservazione degli attrezzi per la lavorazione del rame (per la produzione di callare, cotturi, tine, ecc.) che sono essenzialmente il martello in legno di olivo, la forgia, il cavallo sul quale viene battuto il recipiente da modellare (da cui il termine cavallaro per designare questi artigiani che lavorano prevalentemente all’aperto, sull’uscio della bottega).
Il rapporto fra Giovanni Paolo II e i titolari della millenaria Fonderia Marinelli ebbe inizio nel 1979 in Piazza San Pietro, giorno in cui Egli benedisse la “Campana dei 4 Papi” (Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) fusa ad Agnone. Il Papa portò con sé il bronzo nel suo primo viaggio in Polonia, compiuto di lì a pochi giorni, esprimendo il desiderio che fosse collocato all’interno della chiesa parrocchiale di Wadowice, accanto alla fonte che lo aveva visto ricevere il Battesimo.
«Fu l’inizio di un affetto e di un’attenzione reciproca che conoscerà da allora ad oggi solo momenti di crescita intensa. Come quello che vide a Termoli, nel 1983, la prima visita pastorale in terra molisana o ancora la realizzazione, fra le altre, di un’altra campana destinata questa volta al santuario della Madonna di Czestochowa, in occasione del 40° anniversario della sua ordinazione sacerdotale.
“Valeva la pena di venire qui…”
“L’ultimo grande monumento della lingua osca”
“Uno dei documenti più significativi della dimensione sacrale degli Osci nell’area dell’alto Molise, la più modesta e segreta regione d’Italia, venne scoperto in uno scavo occasionale del marzo 1848 da un contadino, presso la fonte del Romito a Capracotta il paese più elevato del Mezzogiorno. L’episodio ebbe altissimo valore archeologico e risonanza internazionale fino a scomodare Teodoro Mommsen che si recò ad Agnone, per accostarsi alla preziosa placca denominata “Tabula Anglonensis ” eccezionale reliquia della civiltà osca della metà del III secolo a.C..
Dal V secolo prima di Cristo il Molise era abitato da popolazioni semplici e rudi di lingua osca, dediti all’intensa coltivazione della terra e alla pastorizia, animati da profonda religiosità verso misteriose presenze superiori e il reperto epigrafico contiene, come ebbe a scrivere Amedeo Maiuri: “l’inventario dei loro dei come una litania sacra nella quale sembra di poter cogliere risonanze ancora vive nei nomi di luoghi, di boschi”. Nella lunga registrazione di numi italici la preferenza spetta a Cerere veneratissima per il carattere, nell’ambiente ad economia in prevalenza agricola, spesso con l’attributo di “vendicatrice” e le si univa Giove il fulminatore.
Dalla piastra risulta che ricevevano culto Ercole e altri geni più o meno connessi a Cerere, oltre a deità ambarvali mattutine, floreali e fecondanti che popolavano l’Olimpo della stirpe osca.
Con tutta probabilità, non lontano dal luogo di ritrovamento della lastra di bronzo sorgeva, nelle vicinanze dello impennato monte S. Nicola, un recinto riservato al culto “cererio ” con una serie di aree dedicate a divinità della generazione, delle fonti, delle acque dinanzi alle quali sostava la raccolta di persone partecipi a un corteo durante il rito che voleva implorare, sotto l’ululare del vento e l’asprezza del gelo in un paesaggio aspro e selvaggio, propiziazioni sugli armenti e sui raccolti.
La suggestione del mistero che avvolse la piastra fu illuminata dalla prima lettura del medico appassionato di archeologia Francesco Saverio Cremonese resa nota nell’ottobre 1848. Gli specialisti Mommsen, Svetaieff, Huschke, Blucher, Nissen, Schwyzer, Rabasté, Enderis, Moratti, Fabretti, Pullé, Devoto e altri si dedicarono con serietà di ricerca a strappare il segreto del reperto che li ha costretti per difficoltà di interpretazione a pareri discordanti nell’unica concordia di riconoscerne tutti il prevalente carattere liturgico.
… Il cimelio, purtroppo dal 1873 emigrato e conservato nel British Museum di Londra inciso nelle due facciate a bulino in nitido alfabeto nazionale con 25 righe sulla faccia A e 23 su quella B, privo di elementi ornamentali, dà l’idea di una regione corroborata, pur nella congenita povertà, da particolari condizioni di una civiltà contadina sobria e operosa, non retrograda, impregnata di sacralità. Il manufatto non fu certamente introdotto ed elaborato da estranei ma sta a indicare in questa zona d’insediamento umano la consapevole presenza di un artigiano indigeno, popolaresco e umile, che non aveva altra ambizione oltre quella dell’uomo stretto al culto avito. In seguito questi luoghi divennero noti per la fusione e la lavorazione dei metalli, che si perpetua egregiamente ancora oggi”.